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Sin
dagli antichi romani, l'uomo ha riconosciuto l'intervento divino e per
questo, Plinio narra (Naturalis Historia, lib. II c.95) di un tempietto dove
venerare e porgere doni alle ninfe che ricambiavano con fatti prodigiosi nel
vicino specchio d'acqua cristallina come la danza di due isolette sulle note
di una melodia musicale.
Altri prodigi, questa volta funesti, riconducono al periodo in cui Ninfa era
invasa dalla palude e quindi dalla malaria. Si narra, infatti, che una fata
abitasse in una caverna azzurra e che tutte le sere, al tramonto, si dice
che appaia. E chi riesce a vederla una volta, così bella, ha un brivido di
febbre, che ritorna poi tutte le sere.
E così pure
Ferdinand
Gregorovius, scorse l'ombra del mito su Ninfa: "...
lo stagno che si allarga all'ingresso della città morta, come una Palude
Stigia, circondata da alti canneti. Questo è un luogo mitico, come uscito
dal mondo d'ombre di Enea o di Ulisse. Che la maga Circe abbia abbandonato
il suo castello lassù?" E ancora: "... dentro le case abitano gli
elfi, le fate, le naiadi e i mille spiriti incantevoli del mondo della fiaba". |